New York -   

Super Bowl

Si avvera il sogno americano della Louisiana povera

Il miracolo, tra riti voodoo e benedizioni del vescovo, per la New Orleans che l'uragano aveva lasciato senza stadio

I Saints, i Santi di New Orleans hanno fatto il miracolo. Hanno vinto il primo Superbowl della loro storia contro i Colts, di Indianapolis. Hanno vinto bene, 31 a 17. E vincendo da “underdogs”, da sfavoriti, hanno restituito ieri notte all'America depressa, polarizzata, disoccupata il sogno del “tutto e' possibile”: come succede nei film di Hollywood a lieto fine.

Era pensabile farcela contro Peyton Mannings, il grande regista dei Colts, forse uno dei migliori in assoluto? Era possibile farcela contro la difesa dei Colts, brutale, di aggressivita' animalesca? Era possibile farcela contro l'esperienza e la sicurezza di una squadra che aveva gia' giocato alcune finali e vinto nel 2008? Sulla carta, impossibile. Anche per questo, alla fine, per i Colts e' stata durissima: sapevano, sentivano, che l'America, davvero tutta l'America era coi Saints. Subito dopo Katrina, la squadra di New Orleans era rimasta senza uno stadio, senza spogliatoi, senza palestra, senza una lira e aveva seriamente rischiato di scomparire con buona parte della citta'. Poi, a Miami, ieri notte, gli “underdogs” hanno neutralizzato Mannings e freddato i favoriti con una “interception” e un “touch down” fulminante di Tracy Porter l'eroe del quarto tempo e della partita. Oggi con Drew Brees, il regista sfavorito, i Saints porteranno a casa il Trofeo Superbowl, anzi, il trofeo Vince Lombardi, come si chiama adesso, anche lui un “underdog”, nato a Brooklyn da genitori italiani poverissimi ma tenaci. La squadra portera' questo trofeo Lombardi, con il pallone da footbal americano che spicca in argento, a Bourbon Street, che ha suonato gli ottoni assordanti tutto il week end. Al Quartiere Francese, ai bassifondi dei riti Voodo, scatentati anche loro contro l'avversario, alla cattedrale di S.Louis, dove padre Shelton Fabre, Vescovo della citta' aveva battezzato la squadra. E a Steven Vampran, il preside dell'unica scuola superiore di Maurepas paesino nella Livingston Parish che aveva espulso un allievo arrivato in classe con la maglietta dei Colts. “Non si accettano provocazioni” aveva detto, “qui ne va dell'onore della Luisiana”.

La Louisiana povera, con piu' disoccupati della media nazionale; la Luisiana delle acque stagnanti e delle foci del Mississippi, dei grandi rami dell'estuario dove si nascondo intere comunita' che sfuggono persino al controllo inflessibile dell'IRS, il fisco americano. E dunque la Louisiana e New Orleans che mai avevano neppure potuto sognare l'ammissione alle grande finale americana, hanno voltato pagina. In questo fine settimana di fuoco hanno davvero esorcizzato una volta per tutte Katrina. Gia', perche' sabato c'e' stato un altro primato: la citta' si e' mossa all'avanguardia del movimento post razziale, in controtendenza. Ci sono state le elezioni per il nuovo sindaco. E per la prima volta dal 1978 la maggioranza afroamericana ha scelto un candidato bianco di alto lignaggio politico, il democratico Mitch Landrieu. E' anche uscito di scena Roy Nagin il controverso sindaco nero della citta' che impersonificava ancora Katrina con le se perdite e con i suoi lutti. Landrieu si e' affermato sventolando in campagna la bandiera del dopo, dell'unita' contro la corruzione, contro l'inefficenza e i disastri post uragano. Subito dopo l'elezione ha detto: ”e adesso restiamo uniti dietro la nostra squadra”. Sapeva che i Saints erano quello che contava davvero. E dunque, allo stadio di Miami ha vinto anche la forza della coesione. L'unica che puo' dare la spinta psicologica e morale per farcela quando, come succede di questi tempi in America, il balzo sembra ancora impossibile. Forse e' uno spirito che durera' poco. Ma intanto c'e' stato. E con un guizzo se n'e' accorto Barack Obama. Vuole capitalizzare. Ha gia' convocato ieri a sorpresa una conferenza congiunta coi suoi compagni di partito e con i repubblicani. E' la prima svolta bipartisan. Per spingere la riforma sanitaria, anche lei senza molte chance contro la polarizzazione e l'autolesionismo della politica americana.

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Mario Platero
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