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Un anno di Obama. Yes we can. Sarà vero?

Ad un anno dall'insediamento del presidente Obama, si tirano le somme

Yes he can (but he sure hasn't yet)", ha titolato qualche settimana fa la rivista Newsweek, con l'ennesima cover story dedicata al presidente Barack Obama: "può farcela, ma di certo per ora non c'è riuscito". Fra una settimana esatta, il 20 gennaio, Obama avrà compiuto il suo primo anno alla Casa Bianca e per gli addetti ai lavori è tempo di bilanci. Più meriti o demeriti? Ha fatto poco o nulla, Obama nel suo primo anno, come dice Newsweek, come incalza l'opposizione repubblicana e come scherzano la satira del Saturday Night Live e di Jon Stewart? Oppure ha messo a segno un anno straordinario, come dice tra gli altri Slate, che lo definisce uno dei debutti più brillanti della storia?

La risposta potrebbe essere una via di mezzo. Obama è da tempo costretto 'in difesa' e i tempi da re Mida, quando tutto quello che diceva e faceva portavano consensi, sembrano finiti. E arrivato alla Casa Bianca con la promessa di cambiare l'America e cavalcando la travolgente onda del sogno di rivincita dopo l'era Bush, ma un anno dopo non è più tutto oro. Obama ha cominciato il suo mandato con una popolarità superiore al 60 per cento circa il 15 per cento di scontenti, ora (è l'ultimo sondaggio di Cbs) è sceso per la prima volta sotto il 50 per cento.

Il clima politico a Washington è rovente anche perché il 2010 è l'anno delle elezioni di mezzo mandato, ma Obama (che si era candidato con la promessa di unire "stati rossi e stati blu", adesso è odiatissimo dai repubblicani (solo il 13 per cento approva il suo operato), sempre meno popolare tra gli indipendenti (è dalla sua parte il 42 per cento, il 10 per cento in meno rispetto ai mesi scorsi) e sostenuto soprattutto da elettori democratici (otto su dieci).

Questo clima ovviamente macchia la percezione sul suo primo anno di governo. Un sondaggio di Cnn suggerisce che il Paese è spaccato: il 48 per cento pensa che sia stato un anno fallimentare, il 47 per cento che sia stato un anno di successo.
E per una problematica coincidenza, proprio a un anno dal suo insediamento, oggi arriva per Obama un test cruciale al Senato: si svolge infatti la gara all'ultimo voto per le elezioni suppletive per il seggio che fu di Ted Kennedy, feudo democratico che cui però i repubblicani sembrano avere la possibilità di insidiare seriamente. Se dovesse essere perso, priverebbe il partito del presidente della maggioranza speciale necessaria a bloccare l'ostruzionismo dell'opposizione.
Altri addetti ai lavori spostano tuttavia l'attenzione sui fatti, piuttosto che sulla percezione dell'opinione pubblica nel giudicare gli ultimi 12 mesi, e la pagella di Obama migliora.

Se, come sembra possibile, la riforma della sanità arriverà sulla sua scrivania in tempi brevi, il presidente avra ottenuto un risultato che non è riuscito a predecessori come Harry Truman, Lyndon Johnson e, più recentemente, Bill Clinton. Frutto di un lungo dibattito al Congresso che ha reso aspro il confronto tra repubblicani e democratici, la riforma non sarebbe mai stata possibile senza la maggioranza di ferro ottenuta alle presidenziali del 2008. Nella nebbia della guerra parlamentare, il significato della riforma è nascosto dai dettagli, ma gli analisti politici sottolineano come l'impatto nel lungo termine (sempre che il testo diventi legge) sarà enorme: decine di americani che oggi non hanno accesso a cure mediche, grazie alla riforma, le avranno. Anche se Obama non dovesse fare nient'altro nei prossimi tre anni, il suo testamento politico sarebbe comunque assicurato.

Un altro asso nella manica del presidente è il piano straordinario per salvare l'economia dalla depressione. Il criticatissimo provvedimento da 787 miliardi di dollari, a dare retta al consenso degli economisti, ha in concreto salvato l'America dal baratro. Pochissimi sostengono il contrario. La disoccupazione resta alta, ma senza il pacchetto di aiuti, sarebbe saldamente sopra l'11 per cento e il prodotto interno lordo sarebbe ancora in rosso. I frutti della ripresa non sono ancora sufficienti per migliorare i voti in pagella di Obama, tuttavia. Secondo il sondaggio di Cnn, solo il 44 per cento degli americani approva la gestione dell'economia e solo il 36 per cento è d'accordo con il presidente nell'approccio al deficit federale.

Sul piano internazionale l'avvicendamento tra George W. Bush e Obama ha forse portato le conseguenze maggiori, ma questa è un'ottica che negli Stati Uniti passa quasi inosservata. La politica estera di Obama, tutta centrata sul multitaleralismo, ha cambiato rotta in maniera sostanziale rispetto all'unilateralismo militare di Bush. Questo approccio si riflette nei rapporti con Cina e Russia e con il mondo islamico. La decisione di chiudere il carcere di Guantanamo e il passato di abusi della guerra al terrorismo ha riavvicinato all'America anche l'Europa, ricucendo una volta per tutte lo strappo provocato dalla guerra in Iraq e dalle polemiche sulle attività segrete della Cia. In America pochi vedono gli estremi per un Nobel per la pace, ma il cambio di passo che Obama ha portato sul fronte dei diritti umani è incontestabile.

Ma il multilateralismo, per un presidente americano, il capo dell'unica superpotenza militare al mondo, non può che avere i suoi limiti e le sue contraddizioni. Per Obama, la più macroscopica è rappresentata dall'Afghanistan. Proprio a Oslo il presidente ha ritirato il Nobel per la Pace pochi giorni dopo aver ordinato l'invio di altri 30.000 uomini sul fronte della guerra ai talebani e il suo intervento, per dirla ancora con Newsweek, assomigliava più a di George W. Bush che Martin Luther King.

L'anno di Obama si è chiuso con il 'botto' del terrorismo, un attentato mancato per un soffio su un volo diretto a Detroit, a otto anni dall'11 settembre 2001. L'incidente e la strage sfiorata hanno messo in imbarazzo il presidente, costringendolo ad ammettere che la prima linea di difesa dal terrorismo è fallita.

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